Descrizione

La patologia artrosica è caratterizzata da una usura delle cartilagini articolari con un aumento dell’attrito nel movimento e progressiva comparsa di una condizione infiammatoria cronica che interessa tutta la regione, provocando dolore e limitazione funzionale.

Le cause più frequenti dell’artrosi di caviglia sono: 1. Post-traumatiche – uno o più traumi ripetuti causano un danno a carico della cartilagine articolare. Solitamente insorge in pazienti che hanno subito fratture dei malleoli, della tibia, dell’astragalo, specie se associate ad una lussazione; 2. Primitive – Conseguenti ad una alterata conformazione della caviglia di natura congenita. Frequente è il processo artrosico associato ad un varismo, cioè una deviazione del piede all’interno rispetto alla gamba.

Ci sono poi casi in cui l’artrosi della caviglia è causata da malattie sistemiche infiammatorie croniche, come l’artrite reumatoide, l’emofilia o la gotta.

L’artrosi di caviglia non è strettamente collegata all’età, essendo nella maggior parte dei casi, oltre il 70%, dovuta a cause post-traumatiche.

La sintomatologia è caratterizzata essenzialmente dal dolore e dalla progressiva limitazione funzionale, che comporta gradualmente una perdita del movimento di flesso-estensione, fino in qualche caso a scomparire del tutto. Possono essere associate a queste 2 condizioni una tumefazione locale, espressione della sinovite e del versamento articolare, e in qualche caso un’alterazione dell’asse meccanico della caviglia.

 

Cosa fare prima dell’intervento

Dopo un attento esame clinico da parte dello specialista ortopedico, si renderà necessario effettuare degli esami diagnostici di approfondimento. L’esame radiografico della caviglia in carico è importante per definire il grado di usura e studiare l’allineamento delle diverse componenti scheletriche della caviglia, sopra e sotto l’articolazione. Utile, per studiare la qualità dell’osso un esame TC, che evidenzia anche lo stato del retropiede.

Nei casi in cui è diagnosticato uno stadio iniziale, può essere sufficiente, per controllare il dolore e la condizione articolare, una terapia medica con FANS e/o fisioterapia, associata a delle indicazioni di riduzione del peso (ove necessario) e delle attività di carico. Possono risultare estremamente utili trattamenti infiltrativi con acido ialuronico o con PRP (plasma arricchito con piastrine).

Quando il trattamento conservativo non è più in grado di controllare i due aspetti caratteristici dell’artrosi, ossia il dolore e la progressiva limitazione funzionale, il paziente insieme allo specialista ortopedico potrà programmare un trattamento chirurgico.

 

Interventi chirurgici e ricovero

Nei casi di artrosi lieve e/o moderata può essere preso in considerazione un intervento artroscopico di debridment (pulizia) articolare, con la finalità di rimuovere detriti, osteofiti e tessuti infiammatori, migliorando temporaneamente quindi la condizione articolare e alleviando la sintomatologia dolorosa. Questi tipi di benefici difficilmente risultano duraturi nel tempo e servono prevalentemente per ritardare interventi chirurgici più invasivi.

In pazienti in cui è presente un’artrosi più grave possono essere presi in considerazione 2 tipi di intervento.

Il primo tipo di intervento chirurgico è l’artrodesi, che consiste nel bloccare l’articolazione in una posizione funzionale allo svolgimento delle comuni attività di vita quotidiana. Questo tipo di intervento elimina nel tempo completamente la sintomatologia dolorosa e risolve definitivamente il problema. Per contro questa procedura comporta una riduzione drastica del movimento di flesso-estensione (circa una riduzione di 2/3 rispetto al normale). Tuttavia l’aspetto da tenere ben presente è che, in generale, i risultati a distanza di tempo (oltre i 20 anni dall’intervento) sono buoni.

L’intervento protesico è l’altra possibilità chirurgica per affrontare questa condizione patologica. L’impianto di una protesi totale consiste nella sostituzione delle parti usurate con una articolazione artificiale, così come nelle altre articolazioni del ginocchio, dell’anca o della spalla. Il vantaggio di questa procedura è la conservazione del movimento, eliminando nello stesso tempo il dolore. Per contro l’impianto di una protesi ha un maggior numero di complicanze rispetto all’artrodesi, ma soprattutto ha una durata nei lunghi periodi non certa. La protesi di caviglia può, in caso di mobilizzazione o altri tipi di problemi, essere sostituita con un’altra protesi o trasformata in un’artrodesi.

Esistono delle controindicazioni assolute o relative nell’uso di una protesi, come i casi di una necrosi o di importanti e gravi deviazioni assiali.

Le protesi di ultima generazione hanno sicuramente caratteristiche che fanno prevedere risultati migliori rispetto al passato, in ordine di consumo e quindi di durata.

Le protesi attuali sono costituite da 2 componenti metalliche che vengono fissate/ancorate rispettivamente alla tibia e all’astragalo; tra le 2 è presenti una struttura in polietilene che permette i movimenti di flesso-estensione e lievemente di rotazione. La sopravvivenza degli impianti protesici di caviglia è attualmente stimata in circa l’80%, con pazienti soddisfatti a più di 5 anni.

 Il ricovero dopo aver effettuato gli esami del pre-ricovero è di circa 4 giorni. L’anestesia praticata è prevalentemente una loco-regionale.

 

Cosa fare nel post-operatorio

Il paziente sottoposto ad intervento di protesi di caviglia viene immobilizzato con apparecchio gessato o tutore per 6-8 settimane, ed il carico solitamente viene concesso alla 3°-4° settimana. Sono previsti dei controlli radiografici da effettuare a tempi prestabiliti. Dopo aver rimosso l’immobilizzazione sarà necessaria una fisioterapia finalizzata al recupero graduale del movimento e ad una rieducazione al passo.

Il paziente operato di protesi ritorna ad effettuare una vita normale verso il 3° mese e riesce ad effettuare delle attività di carico più sostenute dopo il 6° mese.

 

Complicazioni

Le complicanze nella chirurgia protesica sono legate alla persistenza di una rigidità articolare, calcificazioni periprotesiche, ematomi, possibili lesioni dei nervi superficiali o profondi, e le possibili mobilizzazioni asettiche o infettive. Nell’artrodesi esistono complicanze simili a quelle descritte per la chirurgia protesica, a differenza della rara possibilità di fenomeni di mobilizzazione dei mezzi di sintesi. In percentuale risultano comunque essere inferiori rispetto alle complicanze di chirurgia protesica.

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